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Variazioni di pressione arteriosa e rischi per la salute
E' bene mantenere sotto controllo i valori della pressione arteriosa per evitare di incorrere in gravi problemi di salute

L'incidenza di ictus è fortemente correlata alle variazioni dei valori di pressione arteriosa, sia sistolica (massima) che diastolica (minima).

La recente revisione dei dati dello studio di Framingham e i dati provenienti dal Copenhagen City Heart Study dimostrano una maggiore incidenza di ictus nei pazienti ipertesi, sia sisto-diastolici che sistolici isolati.

In entrambi questi studi, inoltre, si dimostra che la pressione arteriosa sistolica è un fattore di rischio cerebrovascolare superiore rispetto alla pressione arteriosa diastolica.

Negli ultimi anni inoltre la pressione arteriosa differenziale ha assunto maggiore rilevanza come indicatore del rischio cardiovascolare, forse addirittura superiore a quella dei singoli valori di pressione arteriosa sia sistolica che diastolica, probabilmente per la sua stretta correlazione con la rigidità arteriosa.

Infatti la pressione differenziale aumenta proporzionalmente alla riduzione della compliance vascolare, per un progressivo aumento della pressione sistolica con riduzione della diastolica.

La pressione differenziale quindi non sarebbe un fattore prognostico di per sé, ma un buon indicatore della rigidità dell'albero arterioso.

La relazione tra livelli pressori diversi ed incidenza di ictus è stata riassunta nella metanalisi di MacMahon, che comprende 7 studi osservazionali per un totale di 405·511 individui, di età superiore a 25 anni e senza precedenti noti di ictus, infarto miocardico o diabete mellito alla valutazione basale e che sono stati seguiti mediamente per 10 anni.

I valori diastolici basali sono stati suddivisi in 5 raggruppamenti da 10 mm Hg nel campo da <80 a >109 mm Hg.

I risultati della metanalisi dimostrano che esiste una stretta correlazione logaritmico-lineare tra i valori medi dei 5 raggruppamenti diastolici ed il rischio di eventi cerebrovascolari totali (senza distinzione del tipo di ictus in ischemico o emorragico) e che il rischio relativo di ictus per determinate differenze dei valori diastolici è simile a tutti i livelli di pressione, entro il campo dei valori studiati (cioè un medesimo aumento di pressione diastolica causa uno stesso incremento delle probabilità di rischio entro tutto il campo valutato da <80 a >109 mmHg). Tuttavia, al di sotto di 76 mm Hg per la pressione diastolica l'incidenza degli ictus è stata molto bassa e pertanto è stato impossibile valutare l'eventuale relazione tra pressione arteriosa ed ictus.

Simili risultati sono stati osservati per la pressione sistolica nel campo tra 120 e 175 mm Hg. Una recente metanalisi su circa un milione di persone ha evidenziato che, negli individui tra 40 e 70 anni di età, ogni incremento di 20 mm Hg della pressione sistolica o 10 mm Hg della pressione diastolica raddoppia il rischio di mortalità per ictus nell'intero campo di valori pressori da 115/75 a 185/115 mm Hg.

Da questi dati, anche quando sono stati corretti per l'età, il colesterolo totale ed il fumo, risulta che modeste, ma prolungate, differenze nei valori pressori hanno un marcato effetto sul rischio di ictus: valori inferiori di 5 o 10 mm Hg per la diastolica e di 9 o 18 mm Hg per la sistolica comportano un rischio di ictus inferiore rispettivamente di un terzo o della metà, senza apparenti differenze tra i due sessi, anche se poche donne sono state arruolate in questi studi.

Pertanto l'effetto di incremento o di riduzione dei valori pressori non sembra essere chiaramente diverso tra gli individui definiti "normotesi" e "ipertesi" mentre non sono disponibili dati sufficienti sull'associazione tra pressione arteriosa e tipo di ictus (ischemico od emorragico), essendo spesso gli ictus considerati nella loro totalità.

Le uniche eccezioni vengono da studi giapponesi di tipo prospettico osservazionale, che hanno riportato una diretta associazione della pressione arteriosa con entrambi i tipi di ictus, anche se quella con gli ictus emorragici sembra più forte di quella con gli ictus ischemici.

Una recente analisi delle revisioni pubblicate sulla relazione fra pressione arteriosa e ictus comprendenti metanalisi e studi controllati ha dimostrato che l'associazione è consistente nei due sessi, fra le varie aree del mondo, i diversi sottotipi di ictus e per gli eventi fatali o non fatali.

L'associazione fra pressione arteriosa e ictus è dipendente dall'età e persiste anche sopra gli 80 anni.

Al contrario pochi dati sono disponibili sulla relazione tra pressione arteriosa e recidiva di ictus in pazienti con un'anamnesi positiva per eventi cerebrovascolari, anche se studi su piccoli numeri di pazienti avevano fatto ipotizzare una relazione tipo o tra i valori pressori riscontrati al momento dell'ictus e la recidiva di ictus a lungo termine, in particolare nei pazienti con infarto cerebrale.

Tuttavia altri studi indicano che la pressione arteriosa si riduce nei pazienti gravemente ammalati dopo un episodio ictale, rendendo difficile riconoscere se il rischio aumentato di ictus nei pazienti con pressione arteriosa più bassa sia dovuto ai valori pressori più bassi oppure agli effetti dell'ictus sulla pressione arteriosa e sulla prognosi.

Lo studio inglese UK-TIA su 2345 pazienti seguiti per 4 anni e con storia precedente di ictus ha evidenziato che il rischio di infarto cerebrale era direttamente e continuamente correlato ai valori di pressione diastolica e sistolica durante il follow-up.

In realtà valori diastolici e sistolici più bassi di 5 e di 12 mm Hg rispettivamente erano associati ad un'incidenza di circa un terzo inferiore di recidiva e ictus: l'entità della associazione era pertanto molto simile a quella trovata negli studi sulla incidenza del primo ictus in funzione dei valori pressori.